Sulla croce, il nostro Re!

CRISTO RE DELL’UNIVERSO – Anno C

La pagina evangelica appena ascoltata dipinge, senza troppi giri di parole, l’immagine del nostro Re. La croce è davvero il simbolo cristiano per eccellenza, ed è spiacevole vederla talvolta rifiutata oppure banalmente usata come semplice gingillo di bellezza. La croce, naturalmente, è un segnale perennemente diretto sul Crocifisso. È Lui che ci interessa. È Lui che fa della croce il segno distintivo della nostra fede, perché ha scelto di regnare da quel trono così scomodo. Questa scelta ci mette subito al riparo da certe concezioni comuni del regnare e del comandare che il nome stesso «re» potrebbe far venire in mente. Gesù è sì re, ma in un modo radicalmente diverso: è un re che serve, non che comanda; un re che salva i suoi sudditi proprio non salvando se stesso; è un re che non risparmia neppure la sua vita pur di garantirla a tutti noi.

Ora, per i capi del popolo e per i soldati che assistono alla crocifissione, Gesù è solo motivo di scherno e di irrisione: «Ha salvato altri. Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto… Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Ovvio, si direbbe: un vero re non può finire sulla croce; in ogni caso Dio avrebbe potuto sempre salvare, sia pure all’ultimo momento, colui che si era presentato come «il Cristo di Dio», cioè il Messia inviato a salvare Israele. Nulla di tutto questo. E allora anche la scritta posta in cima alla croce – «Costui è il re dei Giudei» – più che esprimere il motivo vero della condanna a morte, nella sua ambiguità è un gesto di estrema irrisione.

Eppure c’è qualcosa, in tutta questa tragedia, che permette di intravedere una luce insospettata di autentica e grandiosa regalità: la regalità dell’amore, dell’offerta gratuita di se stesso per gli altri, della salvezza e del riscatto donati inaspettatamente a un assassino che si pente, della libertà assoluta davanti all’ingiustizia degli uomini, della sicurezza di fronte alla morte. È quanto risulta dall’episodio dei due ladroni, uno dei quali proclama l’innocenza di Cristo. E a lui Gesù promette il paradiso: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Sembra indicata una strada precisa, se vogliamo appartenere al Regno di Gesù. Una strada in tre tappe che s’intravedono nelle parole del buon ladrone:

  • l’umiltà: riconoscersi colpevoli: «Noi, giustamente…»;
  • la fede: «Egli invece non ha fatto nulla di male»;
  • la preghiera: «Gesù, ricordati di me».

La risposta di Gesù è l’assicurazione di una salvezza, che incomincia già da quel momento: l’«oggi» della sua sofferenza e della sua morte, accettate come espressione suprema dell’amore, fa già esplodere il «regno», lo fa irrompere nel mondo, e vi fa entrare per primo un assassino pentito, a significare non solo che esso è aperto a tutti, ma anche la sua forza di trasformazione. Non è il ladrone che si è conquistato il regno, ma Gesù morente che lo ha fatto «nascere» nel suo cuore!

La scena evangelica è dunque un momento decisivo di tutta la storia umana, eppure – a parte il buon ladrone – tutto e tutti sembrano irridere Gesù. Non lo riconoscono come re e salvatore, perché non è vestito da re e salvatore! Il filosofo danese Sören Kierkegaard racconta un episodio curioso che ci aiuta a riflettere, l’episodio del circo ambulante in cui era scoppiato un incendio. Il padrone mandò il clown, già truccato per lo spettacolo, nel villaggio vicino per chiedere soccorsi, anche perché il fuoco rischiava di propagarsi fino alle prime case. Il clown si precipitò sollecitando vivamente gli abitanti perché corressero a dar man forte a quelli del circo in pericolo. Ma quelli del villaggio interpretarono le parole del clown come un’indovinata trovata pubblicitaria. Si misero ad applaudire e a ridere fino alle lacrime. Il clown cercò di farli ragionare: il circo era veramente in fiamme! Purtroppo, le risate furono interrotte dal fuoco che distrusse le case come aveva distrutto il circo.

Se siamo discepoli di Gesù, sudditi del suo Regno e testimoni del suo Vangelo, rischiamo di trovarci nella stessa ridicola situazione del clown: annunciare un messaggio che incontra tanta indifferenza, magari anche ilarità. Non dobbiamo demordere e scoraggiarci, però: è già capitato al nostro Re!

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