Dare a Dio un luogo in cui stare

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno C

Due immagini ci offre la Parola di Dio oggi. La prima. San Paolo è imprigionato a Roma e confessa a Timoteo di sentirsi ormai a fine corsa. «Tutti mi hanno abbandonato». È sconsolante per chiunque avvertire questa solitudine nel momento del bisogno. Ma Paolo è rinfrancato dalla certezza di aver conservato la fede in quel Dio che, unico, gli è stato vicino e gli ha dato forza. La seconda immagine è legata alla parabola raccontata da Gesù: c’è un uomo nel tempio che si tiene a debita distanza da Dio e non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo, mentre un altro uomo sembra proprio tenerlo a distanza con l’orgoglio delle sue opere che, invece – almeno così egli crede – lo avvicinerebbero a Dio. Gesù conclude che non è così, perché uno soltanto nel tempio ha veramente pregato e la sua preghiera ha penetrato le nubi raggiungendo il cuore di Dio.

Il fariseo della parabola è tutt’altro che una cattiva persona. Anzi è uno che fa del suo meglio, e anche di più, per essere in regola con la sua fede. Non è questo aspetto di lui che lo allontana di per sé da Dio. Il problema è che questo giusto fare gli ha tolto dal cuore ogni spazio per Dio. Va al tempio non a cercare un Dio di cui ha bisogno, ma a farsi vedere da un Dio che è in verità soltanto una proiezione del suo io. La sua preghiera, quindi, non è un dialogo, ma quasi un monologo, tanto è vero che «pregava tra sé», cioè in modo da non uscire affatto da se stesso per dirigere il cuore verso Dio. Ed è un ringraziamento strano quello che risuona sulle sue labbra, perché dopo il solenne inizio del «O Dio, ti ringrazio…» in realtà troviamo soltanto una lode di se stesso. Il fariseo non ringrazia Dio, ma si compiace davanti a Dio di tutto ciò che egli ha saputo e voluto fare con il suo impegno e la sua fatica.

Ora, la preghiera del tipo «Signore, ti ringrazio perché non sono come gli altri» è più diffusa di quel che si pensi, e spesso la si trova anche sulla bocca di persone che non sono rette e giuste come il fariseo della parabola. Sono, comunque, preghiere che non penetrano le nubi e non raggiungono Dio, perché non nascono sull’unico terreno fertile per la preghiera, che è l’umiltà. Il pubblicano – che non è certamente da imitare per la vita che conduce – è l’unico capace di pregare, perché egli di Dio ha veramente bisogno al punto di sentirsi indegno anche del suo sguardo e della sua misericordia. Sarebbe sbagliato trarre la conclusione che il peccatore è automaticamente portato a salire al tempio a pregare. Ci sono, nella realtà della vita, tanti che cercano di mettere in pratica il Vangelo e, riuscendovi più o meno, avvertono il bisogno di invocare Dio perché sia al loro fianco nella fatica quotidiana. Così come vi sono tanti che non si curano affatto del Vangelo e, pur essendo insoddisfatti, non sentono il bisogno di Dio. Vi sono, cioè, farisei fortunatamente imperfetti che sanno ancora pregare come il pubblicano, e pubblicani che vivono apparentemente contenti della loro distanza dal cielo. La parabola è stata detta da Gesù «per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Come a dire che l’atteggiamento auspicato da Gesù è proprio l’umiltà di chi sa di aver bisogno di Dio per essere da lui reso giusto – giustificato, appunto, come il pubblicano all’uscita dal tempio – e che non s’arrischia sulla via del giudizio sprezzante del prossimo. Torna la triade indisgiungibile della salvezza: io, gli altri, Dio. La preghiera è un ottimo test per verificare che tutti e tre questi rapporti siano in equilibrio. La preghiera permette a Dio di valutare se c’è spazio per lui nel nostro cuore, oppure se esso è talmente ingombro del nostro ego da non permettere a Dio nessuna dimora. La vera differenza tra il fariseo e il pubblicano è proprio a livello dello spazio del cuore: il fariseo non ne ha e Dio è costretto a malincuore a starne fuori, il pubblicano invece ha un vuoto che Dio s’incarica volentieri di riempire.

Torniamo al nostro Paolo «abbandonato da tutti» ma non dal suo Dio. «Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza», confessa Paolo e sembra già rinfrancato. Forse occorre davvero sgombrare il cuore dalle tante preoccupazioni che lo ingolfano, fare un po’ di silenzio dentro e attorno a noi, così che Dio possa trovare un luogo in cui stare.

One thought on “Dare a Dio un luogo in cui stare

  1. Grazie. È un dono prezioso x me leggere il Suo commento: pieno di Grazia. Umanità. Amore. Fede. Da Lei, un uomo, un sacerdote, una persona molto intelligente che con gentilezza mi aiuta a dire “pieta’ di me Signore”. Grazie. Gabriela

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