Festa di una presenza nuova…

ASCENSIONE DEL SIGNORE – Anno C

Facciamo in fretta a concludere che la festa di oggi è la festa dell’addio di Gesù ai suoi discepoli: «Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava». Il cielo dice l’irraggiungibile per l’uomo, dice l’occultamento ai nostri occhi, indica una dimensione che si contrappone alla terra, alla concretezza, alla possibilità di toccare con mano. Quando lanciamo in alto i palloncini, riusciamo per un poco a seguirli in cielo, ma poi essi diventano dei puntini talmente piccoli che la loro realtà ci sfugge: dove saranno mai finiti? Del resto, un proverbio dice proprio «mi manca la terra sotto i piedi» per indicare un senso di disagio, perché siamo fatti a gravità terrestre e l’andare in cielo è sinonimo di perdere il controllo della situazione. Spesso si usa dire anche «è andata in cielo» di una persona che è morta, e la prima percezione è che quella persona non riusciamo più a vederla, a incontrarla, a toccarla. Gesù è andato in cielo: non riusciamo più a incontrarlo? In un certo senso dobbiamo rispondere affermativamente a questa domanda: Gesù – che dai suoi discepoli era stato visto e toccato in vita – fu perduto a causa della morte, ma noi sappiamo che essa non fu definitiva e i suoi discepoli poterono vederlo e toccarlo, anche se in una dimensione tutta particolare, per quaranta giorni, ma, ecco, dopo l’ascensione nemmeno a loro fu più possibile incontrarlo nel modo in cui lo avevano incontrato prima.

«È bene per voi che io me ne vada». Gesù lo aveva detto nel cenacolo prima ancora di affrontare la morte. Sappiamo che queste parole sono collegate all’annuncio della presenza dello Spirito Santo, che viene a sostituire Gesù, e non passeranno dieci giorni dall’ascensione che questa promessa si avvererà. Eppure, quello Spirito è prima di tutto lo Spirito di Gesù stesso, quello Spirito che, se ascoltiamo il racconto della passione secondo Giovanni, Gesù donò addirittura dalla croce, morendo. C’è ancora Gesù nello Spirito Santo, un Gesù più vivo e più attivo che mai. È significativo il racconto che dell’ascensione ci ha fatto il libro degli Atti: c’è un chiaro cambiamento di persona tra la domanda dei discepoli e la risposta di Gesù. I discepoli domandano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». La risposta di Gesù nega ai discepoli il potere di conoscere i tempi e i modi della presenza di Dio nella storia, ma passa da un «tu» divino ad un «voi» ecclesiale. I discepoli s’aspettano ancora che all’azione ci sia Gesù, ora risorto e potente. Gesù, invece, dice loro: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo… e di me sarete testimoni… fino ai confini della terra». Eccolo il corpo di Gesù ancora presente nella storia: è quello dei discepoli ripieni di Spirito Santo. C’è un corpo che finisce in cielo e che non è più incontrabile, ma c’è un corpo che, proprio a partire dall’ascensione, prende vita in terra e continua l’opera di Gesù, ricostituisce il regno di Dio, gli fa prendere forma nel tessuto della storia umana.

Oggi, allora, festa dell’Ascensione, noi non ci raduniamo a far memoria di un lacrimevole addio, ma siamo convocati alla mensa eucaristica a rinnovare la nostra fede nella presenza vera di Cristo nel pane e nel vino consacrato. Questa presenza sacramentale rende ancora vivo e attuale non tanto il vago ricordo di Gesù o qualche pensiero pio, ma il suo corpo, la sua persona. L’ascensione ci segnala questa corporeità nuova che il Cristo ha assunto in terra, incarnandosi in cielo. E di essa noi siamo membra vive.

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