Colpo di testa 108 / Illegittima offesa e legittima difesa

Corriere di Como, 12 marzo 2019

In Parlamento si sta discutendo di legittima difesa. Sembra essere in dirittura d’arrivo una nuova normativa di legge voluta fortemente dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Naturalmente il mondo politico è spaccato in due e nel mezzo sta la consueta discussione nei salotti televisivi, in cui si alternano contrapposizioni viscerali e disquisizioni dottorali sul valore delle parole e degli aggettivi che di fatto modificheranno le norme sulla legittima difesa. Come spesso accade, la realtà resta sullo sfondo, ridotta a semplice scenografia dello scontro ideologico.

Bisogna aver provato ad essere aggrediti anche solo una volta, per soppesare quegli esperti, che, seduti su una poltrona, disquisiscono sul… nulla, usando l’umanità come fosse un blocco di plastilina malleabile alle teorie e alle statistiche.

La legittima difesa non esiste, è una pura convenzione linguistica per unificare situazioni che hanno ciascuna la sua storia. Situazioni in cui l’umanità concreta di chi tenta un furto o una rapina, incrocia l’umanità altrettanto concreta di chi si trova, in casa propria, ad essere la vittima di un furto o di una rapina. Situazioni non facilmente omologabili, che devono però entrare a forza dentro il dettato di una legge, attraverso parole che saranno pure cruciali, ma che danno l’impressione di costituire solo la necessaria premessa a future interminabili discussioni.

È difficile individuare l’umanità di chi, per “lavoro”, fa il ladro o il rapinatore, magari anche sotto l’effetto di sostanze che ne alterano i comportamenti e ne limitano ulteriormente la ragionevolezza. Di fatto, però, bisognerebbe trovare il modo di riconoscere una volta per tutte – e di metterlo per iscritto – che il ladro è l’unico responsabile delle sue azioni e di ciò che gli può capitare, penetrando furtivamente nell’abitazione altrui. Mi meraviglia che una civiltà come la nostra, che vuole ad ogni costo tutelare la sacrosanta libertà individuale, faccia fatica a riconoscere questo asserto. Pertanto, non c’è bisogno che, una volta entrato in casa altrui, il ladro ponga in atto qualche azione criminosa. Il male è già avvenuto nel momento in cui è entrato illegittimamente nell’abitazione altrui e, quindi, ogni azione di difesa deve essere sempre considerata come legittima.

E qui entriamo nel campo dell’umanità di chi comunque subisce un’aggressione ed è tenuto a difendere la vita sua e di coloro di cui è responsabile (magari la moglie e i figli). Si discute se egli sia o non sia in stato di grave turbamento: a me pare impossibile che non lo sia, almeno all’atto di scoprire che in casa sua si è introdotto un estraneo. Decide – magari perché il turbamento si è subito trasformato in terrore paralizzante – di lasciarsi derubare pur di evitare danni fisici. Oppure decide – magari in un processo decisionale assai breve e drammatico – che può difendersi con una azione che faccia ravvedere l’aggressore e metterlo in fuga.

Non è escluso che il rapinatore e/o l’aggredito usino armi per offendere o difendersi e può capitare che sul pavimento resti qualcuno senza vita. Ogni omicidio è un dramma da evitare. Ogni vita umana ha lo stesso valore. Ma chi oserebbe mettere sullo stesso piano l’illegittima offesa e la legittima difesa?

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