Colpo di testa 99 / Rafah, l’Islam e le scelte di vita

Corriere di Como, 8 gennaio 2019

C’è una giovane di 18 anni originaria dell’Arabia Saudita, Rafah Mohammed Al-Qunun, che si è barricata nell’hotel della zona di transito dell’aeroporto di Bangkok: lì è stata fermata, mentre cercava di fuggire dalla sua famiglia con un volo per l’Australia, e il suo passaporto è stato sequestrato da un diplomatico saudita. Rafah comunica con il mondo tramite Twitter, su cui ha rivelato ella stessa la sua identità «perché non ho niente da perdere», ha scritto. Non vuole essere rimpatriata, ha paura di subire violenze fisiche e verbali, anzi teme per la sua stessa vita.

Quale delitto ha compiuto Rafah? Ha rinunciato all’islam, non vuole più sottostare ai dettami della religione della sua famiglia. Mentre scrivo, giunge la notizia che Rafah ha lasciato lo scalo thailandese con i rappresentanti locali dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani: potrà rimanere sotto la loro protezione, fino a quando non verrà valutata la sua richiesta di asilo. A Rafah è andata meglio rispetto a Dina Ali Lasloom, la donna saudita che, nell’aprile 2017, mentre tentava di raggiungere l’Australia, venne bloccata sempre a Bangkok: rimandata in Arabia Saudita, di lei, a distanza di quasi due anni, non si hanno più notizie certe.

Rafah in un tweet ha fatto una domanda e si è data una risposta: «Credete che la mia famiglia sia sufficientemente moderna per negoziare le mie scelte di vita? Io so che non è così, mi considerano una loro proprietà». In queste parole è posto il legame che unisce strettamente la libertà personale nelle scelte di vita e la libertà religiosa: senza l’una, l’altra è impensabile. Le religioni tendono a chiudere e a chiudersi, e del resto l’etimologia della parola stessa – religio – fa pensare a qualcosa che unisce insieme, ma rischia anche di legare. L’unica possibilità che una religione ha di sfuggire a questo rischio di “carcerazione” è il tenere sempre aperta la porta di entrata e anche quella di uscita. E questa libertà religiosa si dà solo se è pienamente riconosciuta la libertà individuale, con tutte le sue possibili conseguenze, compresa quella di abbandonare la propria religione e magari convertirsi ad un’altra.

A dire il vero, in ogni scelta libera, a maggior ragione se di rottura, c’è sempre una conversione, e cioè un cambiamento di sguardo sul mondo, un indirizzo nuovo di vita. Ed è ciò che si sceglie a motivare ciò che si lascia. Poco sappiamo delle scelte di Rafah, ma le si deve comunque dare la possibilità di rinunciare ad una religione con le sue regole e prescrizioni, per verificare se la sua vita possa sbocciare altrove, magari con altre regole. Ciò che è totalmente inaccettabile è che una persona debba arrivare al punto di temere per la propria vita, perché cerca di viverla in un modo diverso da quello che le è stato insegnato, e che questa assurda minaccia sia prevista come pena da una legislazione religiosa o civile.

Naturalmente, non va nemmeno dimenticato che, per essere liberi, bisogna avere qualcosa nel proprio bagaglio, eventualmente per poterlo rifiutare. Con lo zaino vuoto, non si va lontano.

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