Colpo di testa 86 / San Carpoforo vittima del presente

Corriere di Como, 25 settembre 2018

Il presente occupa la mente e ne usa tutte le risorse. La nostra società, pur con le molteplici acquisizioni che il progresso le ha messo a disposizione, non riesce a liberarsi da questa ansia per l’oggi. Anche alla politica si continua a chiedere di occuparsene in modo urgente ed efficace. Certo, il futuro lavora sui desideri e li sa plasmare come la molla di un presente che è avvertito sempre più come deludente o almeno insoddisfacente. Il passato, invece, è al palo. La storia – quella che dovrebbe essere magistra vitae – rischia di rimanere nei libri o di diventare semplice tassello di una progettualità turistica (e, sia chiaro, è uno sbocco importante per una città come Como, che al turismo deve molta della sua ricchezza). Intendo qui la storia come pilastro di una dimensione culturale della vita, come seme di una pianta sempre meno coltivata. La calamita del presente è troppo potente, e la storia con i suoi manufatti – e le sue storie – finisce con l’essere considerata un lusso culturale che, con tutti i problemi che abbiamo di primaria sopravvivenza, non possiamo permetterci.

L’altro giorno sono capitato in un luogo storico della nostra città, uno dei più antichi. La basilica di San Carpoforo, infatti, fu la prima cattedrale di Como alla fine del quarto secolo, anche se la costruzione attuale risale alle forme romaniche assunte nel dodicesimo secolo. Ma guardiamo l’oggi. A differenza di Sant’Abbondio, San Fedele e la Cattedrale – che in un modo o nell’altro, pulsano ancora di vita non solo ecclesiale – San Carpoforo è un luogo morto. Intanto la basilica è chiusa, e non può che essere così, in un’epoca in cui furti e vandalismi non sono purtroppo una rarità.

La basilica, avendo la facciata addossata al monte e insolitamente priva di porte, ha due ingressi laterali. Sul portone del lato sud è appiccicato un foglietto – scritto a mano e un po’ scolorito – con un numero di cellulare per chiedere la visita. Nella piazzetta, la morte protrae la sua ombra nella fatiscenza degli edifici circostanti, mentre l’unica realtà viva è la vegetazione lussureggiante che minaccia le pietre della basilica verso montagna. Eppure essa vanta la qualifica di monumento nazionale.

San Carpoforo è una vittima illustre dell’appiattimento sul presente della nostra civiltà sradicata dalla sua storia e convinta che la cultura si possa coniugare in un percorso senza memoria, tutto proteso al futuro. È un errore clamoroso, un vero atto di autolesionismo esistenziale. Paradossalmente, però, è proprio nel presente che si trova uno sbocco di vita. Annesso alla basilica di San Carpoforo c’è un luogo che porta lo stesso nome, dove la cultura e la storia ritrovano il respiro nel vociare di duecentocinquanta bambini e ragazzi. È una scuola (da quella dell’infanzia alle medie) organizzata attorno ad un chiostro. Una pianta culturale che cresce, un luogo vivo insomma. Passando dal portone del lato nord, che dà sul chiostro della scuola, la vita potrebbe invadere il vecchio monumento chiuso e farlo pulsare nuovamente come luogo della storia e della cultura di tutta una città.

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