Ipocrisia

VENTIDUESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Anno B

Tutte le volte che Gesù polemizza con i farisei – come fa nella pagina evangelica appena ascoltata – noi che siamo qui in chiesa siamo tentati di pensare che non ci riguardi. Noi siamo i suoi discepoli, mentre i farisei sono… Già. Chi sono i farisei? Oggi li definiremmo «persone molte religiose», impegnate nelle cose di Dio. Sono quelle persone che spesso i cosiddetti «lontani» additano velenosamente, dicendo: «Guarda quello lì, va tutte le domeniche in chiesa e si vanta di essere una colonna della parrocchia, poi però…». Chi parla così, sbaglia, perché comunque giudica a partire dalla parzialità di ciò che vede, ed ogni giudizio deve essere invece lasciato a Dio che sa leggere tutto il cuore dell’uomo. Eppure, una parte di verità c’è, ed è questa: tutti noi che siamo qui dovremmo sentirci chiamati in causa quando Gesù parla ai farisei, perché anche noi – soprattutto noi che frequentiamo la chiesa regolarmente – siamo soggetti al rischio che corrono i farisei. Gesù li definisce con un nome un po’ forte: «ipocriti».

L’ipocrisia è il rischio e, spesso, il peccato dei farisei. Vuol dire – detto molto semplicemente – che «dentro» non c’è quello che appare «fuori». Vuol dire – e Gesù in un altro passo evangelico lo dice – che si vorrebbe imporre all’altro il proprio criterio, si vorrebbe che l’altro sia esattamente come noi abbiamo deciso che debba essere, che faccia quello che noi abbiamo stabilito essere il bene, il meglio per lui.

L’ipocrisia è sempre figlia della presunzione: chi presume di essere giusto e bravo – e i farisei, in questo almeno, erano davvero maestri – è portato a vedere la vita come una caserma in cui tu sei il generale e tutti gli altri sono i soldatini che devono marciare ai tuoi ordini.

L’ipocrisia è il contrario della trasparenza, che Gesù rileva nei piccoli, nei poveri. I quali non sono affatto i perfetti, anzi quasi sempre sono i peccatori più incalliti, ma, sapendo di esserlo, sono trasparenti al grande affetto di Gesù. È sintomatico che in questa pagina evangelica Gesù metta i furti e le prostituzioni nell’elenco molto dettagliato delle intenzioni cattive che escono dal cuore dell’uomo. Eppure è lo stesso Gesù ad affermare solennemente che «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». In quanto ciechi che sanno di esserlo, mentre i farisei sono ciechi che dicono di vederci bene e che hanno la pretesa di essere guide per gli altri. «Guide cieche – dice ancora Gesù – che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!».

La conseguenza più diretta dell’ipocrisia farisaica è la rigidità morale, quell’atteggiamento che talvolta chiamiamo moralismo, ovvero quell’insano attaccamento alle regole che assale colui che vorrebbe omologare il mondo intero ad un’unica ed irrinunciabile mappa della salvezza e della giustizia. I farisei dicevano alla gente: «O fai così – e giù un elenco di prescrizioni dettagliate spacciate per vangelo! – o non ti salvi! O fai così, oppure sei irrimediabilmente out!». Il criterio morale che invece Gesù chiede di adottare, pur nella fedeltà alle regole – dirà chiaramente che nemmeno un piccolo segno della Legge potrà essere preso alla leggera! – è l’amore all’uomo così com’egli è, nella sua situazione concreta, bimbo o adulto, sano o malato, con le sue miserie e le sue gioie, con le sue lentezze e i suoi entusiasmi. Nella vita di uomini e donne simili, c’è spazio per il peccato, certo – e Gesù ne stila un elenco in cui ciascuno di noi trova qualcosa che gli appartiene e che è uscito almeno una volta anche dal suo cuore – ma ben più vasto è lo spazio della creatività, con cui il Signore continuamente rigenera chi a Lui umilmente si affida. Ecco, la rigidità dei farisei nemmeno s’immagina che cosa possa far uscire dal cuore dell’uomo piccolo la stupefacente fantasia di Dio! Non la immagina e magari si costringe ad invidiarla. Invece il Signore è sempre pronto a donarla. Basta essere bicchieri vuoti capaci di riceverla. Basta ascoltare il monito che ci viene oggi dall’apostolo Giacomo: «Accogliete con docilità la parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza». Docilità: ecco un altro atteggiamento che i farisei non sanno e non vogliono vivere e in cui, invece, Gesù è maestro!

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