Colpo di testa 73 / Matrimoni reali e desiderio di eternità

Corriere di Como, 22 maggio 2018

Del matrimonio reale di Harry e Meghan si continua a parlare. Perché? Questo interesse si spiega solo con la curiosità umana, aumentata dalla ghiotta occasione offerta dai media di vedere tutto in diretta e di sapere un mucchio di particolari? Mi sembra di no. C’è dell’altro, che attiene alla sfera del profondo. Nella cappella St George del castello di Windsor, sabato scorso è andata in scena la versione più spettacolare che sia possibile del più potente sogno che abita dentro l’uomo e la donna. Chiamiamolo matrimonio per una convenzione del linguaggio e perché di un matrimonio effettivamente si è trattato, ma dentro l’uomo e la donna esso dà una forma umana al desiderio di eternità: offre, cioè, un luogo ed un tempo che siano misurabili, ascoltabili, visibili a ciò che è senza tempo e che per sé sfugge alle limitazioni di uno spazio. Anche quando il matrimonio poi non dura, l’uomo e la donna hanno un bisogno viscerale di pronunciare la parola «per sempre», di credere possibile che sia così, e il sentirla enunciare nuovamente da due giovani sposi – lui figlio di re, e lei figlia del popolo – è come una iniezione di fiducia che la promessa possa davvero trasformarsi in realtà, che l’eternità abiti il tempo, che la felicità abbia una casa.

Si dovrebbe scomodare un’altra parola: il sogno di eternità è un sogno di amore. E l’amore è il fenomeno trasformativo ed estatico più potente che ci sia: per sua natura informe, è sempre bisognoso di uscire dall’eternità in cui vive per trovare una forma umana da alimentare con la sua forza. Il matrimonio lo è, in quanto amore dichiarato «per sempre». Sabato bastava guardare i volti di Harry e Meghan, per contemplare l’incarnazione di un desiderio universale, e dimenticarsi il contorno regale, il castello, il vestito della sposa, gli invitati di lusso, per concentrarsi sul semplice verificarsi di un teorema dentro la vicenda di due persone normali che cercano di dare forma al progetto dell’amore, al sogno dell’eternità che li abita.

Naturalmente, nel giorno del matrimonio, a questo sogno si augura lunga vita e si spera che quel progetto possa superare tutti gli ostacoli che il quotidiano sicuramente riserva. Nel momento del fatidico sì e dello scambio degli anelli, infatti, il sogno dell’eternità compie la sua operazione più decisiva e insieme rischiosa: si lascia infilare nelle dita delle mani. Il sogno accetta la realtà, l’eternità si immerge nel tempo. Anche quando le telecamere non sono accese e il matrimonio non è in mondovisione e gli sposi sono conosciuti solo nello stretto giro della parentela, il sogno – che è il medesimo di Harry e Meghan – comincia il suo tragitto senza certificazioni. I due principini avranno certo qualche possibilità in più rispetto ai comuni mortali, almeno in partenza, ma l’amore non guarda il colore del sangue e non si cura del conto in banca.

Il matrimonio è un patto meraviglioso tra il desiderio e l’azzardo. Come a dire che i sogni hanno in alto il cuore, ma non hanno le ali e devono camminare tenendo i piedi per terra.

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